home
chi siamo finalità contatti amici
Home > Concorso letterario 2011
   
torna al
Concorso letterario

4° edizione 2015-16
Bando
scritte sulla sabbia
4° edizione 2015-16

I vincitori della 4° edizione sono :
Alessia Aiello (sezione giovani)
Elena Nicotera (sezione over 25)

Menzione speciale della giuria a :
Margherita Nani (sezione giovani)
Vladimiro Lecca (sezione over 25)

I racconti

Mare di Alessia Aiello
Il sole sorgeva lentamente dal mare di madreperla quella calda mattinata di luglio. Elisa era seduta sulla sabbia fredda della riva e ammirava l’orizzonte in lontananza. Andava spesso la mattina sulla spiaggia per guardare l’alba, le piaceva quella parte della giornata, perché c’erano solo lei, la sabbia e il mare. Nessuna voce, nessun rumore, se non quello delle onde e dei suoi pensieri. Rimase ferma per ore, distesa sulla sabbia fresca ad osservare la linea dell'orizzonte e ad ascoltare le onde che rumorosamente si infrangevano sugli scogli argentati. Il sole sorse in quel momento tingendo il cielo di rosa e d'arancione, colori che si riflettevano sul mare calmo, che era lì fermo a lasciarsi contemplare. Può capitare talvolta di sentire profumi che  ricordano qualcuno che conosci, di vedere posti che ispirano felicità, sentire l’odore dell’aria, ti fa stranamente sentire tranquillo, capita che se ti fermi ad osservare il mare, ti senta più leggero. Succede in alcuni momenti, che ti fermi a guardare, riflettere, respirare, ammirare una parte del mondo in cui vivi, una parte della vita di cui anche tu fai parte, in un giorno qualunque, di sentirti veramente parte di quel mondo, di
quella vita a cui sei legato. Contempli le cose che ti rendono felice, mentre tutto il resto tace, lasciandoti da solo con i tuoi pensieri. Elisa faceva così, si sedeva di fronte al mare come se fosse stato suo amico e cominciava ad osservarlo e a notare come le somigliava. Le onde sembravano rispecchiare quello che aveva dentro, agitazione, come il mare in tempesta. Soprattutto dopo che suo padre l’aveva lasciata, in quella lontana e cupa giornata di due anni prima in seguito ad un incidente che gli aveva tolto la vita, strappandolo a lei, Elisa, adesso più sola che mai. Da quel momento era venuta sempre più spesso sulla spiaggia e davanti al mare, il padre lo amava ed era stato così che anche Elisa, fin da piccola, aveva maturato questa passione. Negli ultimi anni più che mai aveva avuto bisogno di andare in spiaggia, sprofondare con i piedi nella sabbia come sprofondava la sua anima nella nella tristezza della solitudine, guardare le onde con la loro schiuma bianca che veloci raggiungevano la riva. Elisa era così agitata, come se avesse avuto tante onde dentro di lei che la scuotevano come fanno con il mare, quando una dopo l’altra rumorosamente scivolano
sulla battigia sovrapponendosi in fretta, lasciando sulla sabbia bagnata la loro schiuma bianca. Aveva sempre pensato che le onde erano la cosa che le assomigliava di più, hanno una forza tutta loro, ma allo stesso tempo un’incredibile grazia ed eleganza. La affascinavano. Così Elisa trascorreva la maggior parte del tempo in quel posto silenzioso, così carico di magia, un luogo solitario come lei, ma con un fascino tutto suo. Rimaneva lì per ore perchè le ricordava suo padre e i pomeriggi trascorsi insieme al tramonto sulla sabbia, scherzando e parlando a lungo com’era loro solito, mentre la luce del sole pian piano scompariva dietro le nuvole e colorava il cielo azzurro con sfumature rossastre. Quella mattina la brezza leg-gera le si intrufolava tra i capelli castani e trasformava il mare calmo in un moto impetuoso. Era completamente assorta nei suoi pensieri e il suo sguardo andava lì dove si perdevano le onde, dove il mare era piatto e blu scuro, lontano dove si estendeva la linea dell’orizzonte, con gli occhi intrappolati tra il blu e il verde di quello specchio trasparente. Sentiva che quello era il suo posto, lì dove il profumo della salsedine le penetrava dentro, il suono delle onde che incontravano la riva e quello del mare le alleggerivano tutte le preoccupazioni. Cullata dalla dolce melodia delle onde Elisa si assopì e dormì per quasi un’ora sognando di immergersi nelle profondità del mare e, una volta risalita a galla, di trovare il padre che l’aspettava sulla riva. Si svegliò bruscamente che il sole era
già alto e le accarezzava il viso leggermente abbronzato.
La spiaggia non era più vuota ma neanche troppo affollata. Era arrivata una coppia di due signori anziani che frequentavano quella spiaggia da prima che Elisa nascesse, li conosceva bene e rispose al loro saluto sorridendo. Oltre a loro c’era una signora, sulla cinquantina, che dopo essersi spalmata la protezione solare, si era seduta e aveva preso un giornale dalla borsa. A parte questi tre individui ed Elisa, la spiaggia sarebbe stata al completo, se non fosse stato per un ragazzo che era in mezzo al mare, sul suo surf.
Elisa lo vide da lontano, la sua tavola da surf azzurra si confondeva tra le sfumature altrettanto azzurre di quel mare infinito. Si chiamava Edoardo ed Elisa lo avrebbe conosciuto presto. Era un ragazzo distante, viveva tra le sue onde, sulla tavola da surf, lontano dalla  gente, perchè lui voleva stare da solo. Un ragazzo che poteva non vederti pur passandoti davanti, perchè i  suoi pensieri gli offuscavano la vista, e un pò forse anche la vita. Aveva lo sguardo perso, smarrito tra i ricordi di quel tempo lontano, quando era ancora piccolo e la madre era scomparsa. Probabilmente se n’era andata, lasciandolo con il padre e la nonna. Era cresciuto quindi con loro, senza una figura materna al suo fianco. Il dolore aveva preso molte volte il sopravvento fino ad avere il controllo della sua vita e delle sue azioni e trascinandolo altre volte anche in situazioni spiacevoli. Non era solo: aveva un padre, una nonna, molti amici, ma i ricordi del passato lo seguivano sempre facendolo piombare a volte in vortici di tristez-za da cui non era facile uscire. Quindi prendeva la tavola da surf e andava lì dove i pensieri lo avrebbero lasciato stare, solo come voleva. In mare. Saliva in piedi sulla tavola e finalmente non pensava più a niente, solo all’aria che veniva dal mare e che spingeva la tavola più avanti, si concentrava per restare in equilibrio, guardava le onde con i suoi occhi grandi del colore del mare, le osservava mentre scivolavano via come lui portato dalla corrente. Fissava l’orizzonte per momenti interminabili, pensando a come sarebbe stato vivere così lontano da tutti gli altri. Adesso era lì, davanti agli occhi di Elisa, e nessuno dei due sapevano ancora che quel giorno il loro incontro avrebbe cambiato completamente le loro vite. Dopo un pò Edoardo si accorse di aver perso in mare un oggetto importante per lui, un braccialetto che gli aveva regalato sua madre con il suo nome inciso, così si immerse. Elisa, che osservava dalla spiaggia e che non lo vide risalire in superfi-cie per alcuni minuti, si iniziò a preoccupare e decise di an-dare a controllare. Prese una canoa ed iniziò a remare in direzione della tavola. All’improvviso riuscì dall’acqua Edoardo ed entrambi ebbero un sussulto. “Mamma mia! Pensavo fossi morto!” esclamò Elisa. Edoardo sorpreso rispose: “So resistere fino a 10 minuti sott’acqua, ma grazie per esserti preoccupata.” “Poi per questo -aggiunse mostrando il braccialet-to- farei questo ed altro.” Elisa gli chiese cos’era e lui le raccontò la storia di quel braccialetto. “Tutta questa paura mi ha messo fame, ti va di fare colazione?” chiese Elisa. Anda-rono così in un bar poco lontano dalla spiaggia dove si trovavano e fecero colazione. Dopo essersi presentati parlarono a lungo e scoprirono di avere molte cose in comune. Ciascuno di loro nei racconti dell’altro rivedeva un pò di se stesso, riconosceva le sensazioni che l’altro descriveva, sapeva cosa significassero tutti gli stati d’animo che l’altro aveva provato, capiva cosa significasse essere cresciuto senza un genitore al proprio fianco. Crebbe così in entrambi una strana sensazione di reciproca comprensione, ma anche il desiderio di saperne di più, di non lasciare andare la persona che si trovavano davanti, perchè era proprio quello di cui avevano bisogno per salvarsi da quella tristezza, quel dolore che li pervadeva, quella solitudine che li imprigionava; avevano bisogno di qualcuno che sapeva cosa significasse tutto ciò. In due forse si sarebbero potuti aiutare a salvare. Trascorsero parecchi giorni insieme, perchè entrambi sarebbero rimasti
lì per l’estate e ogni giorno entravano di più in confidenza, sembrava che si conoscessero da sempre. Una mattina videro l’alba insieme sulla spiaggia, erano illuminati dal  colore rosa del cielo, silenziosi, guardavano la linea del l’orizzonte e sembrava loro che il cielo fosse un tutt’uno con il mare. Edoardo poi ruppe il silenzio: “L’orizzonte è lontano e irraggiungibile, eppure mi sembra così vicino, come mia madre, che non so dov’è e neanche se c’è,
ma la sento accanto a me.” Poi si girò verso Elisa cercando il suo sguardo. I suoi occhi erano persi in quell’orizzonte lontano, irraggiungibile. Poi si voltò verso di lui e sorrise, i suoi occhi si illuminarono e disse: “Ti devo ringraziare, sei arrivato in un momento in cui nella mia vita regnava il buio, la tristezza, il freddo che c’è nei fondali marini la mattina presto, e tu dovresti saperlo che freddo fa laggiù. Quella mattina, quando ti ho visto per la prima volta, quando ti ho guardato per la prima volta in viso, ho visto il blu del mare che hai negli occhi e che non è freddo come quello che ho io dentro. Sei speciale, Edoardo.”Lui con i suoi occhi del colore del mare rispose: “Sono io che devo ringraziare te, Elisa. Prima di incontrarti ero perso, la mia vita non aveva una direzione, stavo perdendo il controllo anche della mia tavola, ma quando ho incontrato te, ho capito che c’era una speranza di salvezza per me, per noi. Ho sempre creduto che nelle profondità del mare ci sia sepolto un po’ di noi, un po’ di quello che ci lasciamo. Questa volta preferisco lasciare una parte di me e delle mie emozioni dentro di te, dentro al tuo mare.” Sorrisero e si abbracciarono forte, rimasero per un po’ intrecciati l’uno all’altro, tra le loro paure, le loro sofferenze, il mare negli occhi di lui e quello nell’anima di lei, la felicità ritrovata e le emozioni in alta marea.


Anima nera di Elena Nicotera
La notte era buia e senza vento quando un centinaio di esseri che poco avevano di umano erano stati trasbordati a spintoni da una sorta di chiatta che a malapena galleggiava, su un peschereccio fatiscente che non meritava più questo nome.
Una falce di luna apparsa per un attimo in uno strappo tra le nuvole aveva illuminato il mare libico e lo spettacolo agghiacciante di dozzine di corpi scuri ammassati l’uno contro l’altro, quasi in una vicendevole richiesta di protezione dalla sorte che stavano affrontando.
Il silenzio era totale, salvo lo sciabordio dell’acqua sotto la chiglia, non un respiro, non un sospiro rompevano l’attesa immobile del destino che li teneva in pugno.
Per ultimo salì a bordo un uomo che doveva essere giovane, considerata l’elasticità dei suoi movimenti. I vestiti scuri rendevano il suo incarnato più chiaro di quanto realmente fosse e i modi autoritari non lasciavano dubbi su chi fosse il capo lì.
Fece levare l’ancora e issare una vela quadra che doveva aver conosciuto tempi migliori. Con la sola forza della flebile brezza notturna, l’imbarcazione prese pigramente l’abbrivio e scivolò fuori dalle secche affioranti e dall’insenatura rocciosa che l’aveva fino a quel momento nascosta.
Una volta al largo, Said fece accendere il motore che sembrava tossire come un malato di bronchite asmatica e si sedette a poppa con il timone saldo in pugno. Il beccheggio faceva da ninna nanna ai numerosi bambini che sbucavano come funghi tra fagotti di vestiti e braccia di madri spente dalla fatica del viaggio che le aveva portate su quel legno a cui si abbarbicavano con tutta la forza della vita che, ancora e nonostante tutto, ardeva in loro.
La luce del giorno scaldò quei corpi infreddoliti e rivelò che, a parte i tre membri dell’equipaggio e cinque vecchi canuti e macilenti, tutto il carico era costituito da giovani donne e dalla loro prole.
Appena il sole fece la sua comparsa, Said lasciò il timone al suo secondo e tirò fuori una bottiglia di liquore che tracannò ad ampie sorsate. Quando l’alcol lo rese barcollante, passò in rassegna i volti delle giovani rannicchiate e, come si fa con le mele al mercato, scelse la più bella e se la trascinò in cabina. Non doveva avere più di tredici anni, il corpo acerbo già sinuoso, lo sguardo scintillante e la pelle dorata. La madre cercò di strapparla dalle mani bramose del bruto ma le forze erano impari. Bastò uno spintone violento per farla finire tra i flutti, sotto gli sguardi inorriditi e impotenti dei suoi compagni di viaggio.
La ragazzina aveva gli occhi da cerbiatta allagati di lacrime quando tornò sopracoperta, tremante e con le vesti lacere, a prendere il suo posto dove non c’era più la madre a tenerla stretta. Rannicchiata, guaiva flebilmente come un cucciolo ferito, sotto il sole impietoso del mezzogiorno.
Dopo aver sfogato i suoi bassi istinti e smaltito la sbornia stravaccato sulla sua cuccetta fetida, il grande capo riprese il comando quando ormai era l’imbrunire e subito tutti, come ombre, scivolarono al proprio posto cercando di rendersi invisibili.
Anche i bambini più piccoli, che sembravano fino a quel momento essersi passati il testimone per frignare in successione, ammutolirono nel vederlo.
La seconda notte fu più fredda della precedente e Said si scaldò col Gin, in barba al Corano.
Quando una giovane in preda alle doglie del parto non riuscì a trattenere le urla, la massacrò di botte fino a che la sua voce si spense per sempre, assieme alla sua creatura che, più che la luce, aveva fatto in tempo solo a vedere le tenebre prima di finire in pasto ai pesci.
Queste nefandezze venivano perpetrate sotto gli sguardi in tralice dei due improvvisati marinai che cercavano di guarda4 re da un’altra parte, come se fosse stato facile su un barcone di 20 metri! Sapevano di rischiare grosso e non si azzardavano a intervenire perché lavoravano per pagare il passaggio ai familiari, non potendo versarlo in denaro. Dieci viaggi per una vita da salvare… Abdul era al nono e non voleva vanificare i tanti rischi corsi fino a quel momento per suo figlio che avrebbe finalmente potuto avere la speranza di una vita da vivere, invece che finire nelle carceri del regime.
Mohammed aveva una moglie giovane e bella e un bambino in arrivo. Nonostante l’orrore provato quella notte, non vedeva altra via che correre il rischio che quanto visto potesse capitare anche alla sua adorata Fatima, pur di sottrarla alla vita di stenti che in patria la stava uccidendo.
La terza notte fu la più tremenda di tutte. Il tempo era cambiato.
Violente raffiche di Maestrale sferzavano il mare e facevano gonfiare alte onde che sferzavano impietosamente il ponte e i suoi occupanti. Dal peschereccio sembrava levarsi, come vapore, una nube di preghiere a denti stretti: ‘non proprio adesso! non ora che la meta è vicina! Che Allah abbia pietà delle nostre anime e ci dia la ricompensa che abbiamo meritato con le nostra opere! ‘
Solo Said non si curava dei marosi, come se avesse un’immunità particolare su cui poter contare.
Lo scafo cominciò a cigolare sinistramente e a imbarcare acqua.
Tutti si davano da fare a svuotarla come potevano: col cappello, a mani nude, con le stoviglie, ma l’impresa era disperata.

§

Una livida alba mostrò relitti a perdita d’occhio e corpi esanimi in balia delle onde che si andavano placando, quasi che la loro fame di vittime fosse stata saziata.
Ci si aiutava come si poteva, dandosi una mano l’un l’altro in un’ estrema solidarietà, come di chi deve fare i conti più con la propria coscienza che con la vita stessa.
Gli anziani erano stati primi ad arrendersi, quasi che la loro volontà di vita avesse voluto abdicare in favore di quelle più giovani. I bambini erano appesi a grappoli al fasciame e le donne cercavano di star loro accanto ma senza appoggiarvisi, per non fare affondare i relitti con il loro prezioso carico. Una ebbe addirittura la forza di mettersi a cantare nel tentativo di rincuorare quei pulcini bagnati e spauriti, seguita da altre. Guidate dalla litania, cercavano di raggrumarsi in una miriade di piccole isole che tentavano di diventare arcipelago. Abdul e Mohammed avevano dato a Dio la dimostrazione che erano uomini giusti, spendendo tutte le loro forze per raggiungere quanti più naufraghi poterono e fornendo loro un temporaneo quanto salvifico appiglio, fino a che le loro forze non furono totalmente spese.
Il fato volle che Said si aggrappasse a un grosso relitto che aveva raggiunto con poderose bracciate di crawl. Dall’altra estremità lo trafissero gli occhi muti della ragazzina di cui aveva abusato e vi lesse il dolore della profanazione perpetrata.
Sotto quello sguardo severo e muto, per un secondo, fu sul punto di mollare la presa. Adesso che non era preda dell’alcol vi vedeva, in un caleidoscopio vorticoso, tutte le nefandezze da lui compiute da quando era bambino: uccellini implumi che aveva schiacciato sotto i piedi, gatti cui aveva dato fuoco alla coda per vederli fuggire in preda alle fiamme, cuccioli cui aveva versato piombo fuso negli occhi. E via via, con l’età, in un crescendo di crudeltà che lo avevano anestetizzato al dolore annidato in fondo al cuore e che non aveva mai a nessuno, neanche a se stesso, confessato.
Dopo ore di silenzio teso tra i due, l’uomo si accorse che le energie della piccola stavano scemando e, un attimo prima che si lasciasse scivolare tra i flutti, trovò la forza di issarla sulla tavola dove per ore la resse perché non cadesse sballottata dalle onde. Sebbene esangue, quel corpicino gracile emanava tenerezza anche in quell’individuo così rude e sgradevole. Si accorse di averle scostato dal viso il groviglio di lunghi capelli che, come alghe scure, lo avviluppavano. Ora che le palpebre erano chiuse poteva osservarla. Nel farlo, lentamente sentì colargli nel petto il sentimento nuovo della tenerezza che mai aveva assaggiato prima di quel momento.
Riandò col pensiero a quando era bambino, creatura non voluta, frutto di violenza, che aveva voluto nascere nonostante i tentativi di aborto della madre. Appena venuto al mondo era stato abbandonato senza neanche essere stato stretto al seno una sola volta. Era stato rinvenuto tra i rifiuti da una vicina di casa che non lo aveva lasciato morire perché pensava che, una volta cresciuto, avrebbe potuto farle comodo una sorta di schiavo a disposizione. Da lei aveva appreso delle sue origini e da lei aveva imparato il cinismo.
Verso i sette anni era scappato ed era andato per la sua strada, campando di espedienti e valicando tutti i confini della morale, che del resto nessuno gli aveva insegnato mai.
Fare lo scafista lo aveva reso ricco e non si era mai neppure interrogato sulla liceità di quell’attività. Qualcuno si era mai fatto scrupoli nei suoi confronti? Cosa ne sapeva lui del valore della vita?
Le ore passavano e Said, in compagnia dei suoi nuovi pensieri, continuava a vegliare la ragazzina perché non cadesse in acqua, nonostante anche le sue forze andassero pericolosamente scemando tanto da non discernere più se quello che vedeva fosse miraggio o realtà. In lontananza osservava, sulla linea dell’orizzonte dove il sole stava calando, un puntino nero diventare sempre più grande fino a materializzarsi in un natante della Guardia Costiera. Iniziò a nuotare spingendo in quella direzione il relitto e il suo carico, fino a che nella sua mente tutto divenne buio e pace.

§

I titoli di quasi tutti i giornali italiani del giorno seguente, pur assuefatti agli sbarchi dei disperati e ai salvataggi in mare, davano ampio risalto alla straordinarietà di quell’operazione che aveva tratto in salvo solo naufraghi bambini e una ragazzina dell’apparente età di tredici anni dalla quale, una volta che si fosse ripresa, si sperava di scoprire l’arcano di quel viaggio unico nel suo genere per la totale assenza di adulti, scafisti o profughi che fossero.
La foto che accompagnava l’articolo in prima pagina era particolarmente bella. Mostrava una bella spiaggia dalle morbide dune appena lambite dalle acque calme. Sebbene si capisse chiaramente che la giornata era limpida, sul mare si vedeva solo una nuvola che, nonostante il colore cupo, non sembrava però annunciare maltempo.


Una bellissima giornata di Margherita Nani
Mi tuffai in mare. Subito un giovane mi seguì, tuffandosi anche lui, e riaffiorando accanto a me. Mi girai a guardarlo, ma evidentemente lui non notò me, preso com’era a far gesti verso qualcuno che lo attendeva sulla scogliera. Era una bellissima giornata. Il cielo di un celeste accecante, interrotto qua e là da sprazzi di nuvole bianche e da qualche sottile linea d’aereo. Il sole riscaldava il giusto, senza essere bollente e senza dipingere ustioni sulle schiene più chiare, e l’acqua, a quell’ora della mattina, era ancora piacevolmente gelida e limpida. Abbassai lo sguardo verso le mie gambe immerse e coperte da una patina d’azzurro e vidi un pesce che nuotava sotto il mio piede.
Sì, era proprio una bellissima giornata, sarebbe stato un vero peccato se fosse stata rovinata da un qualche incidente.
Feci qualche bracciata verso il largo, poi verso la riva. Due bambini stavano distruggendo una scultura di sabbia dalla dubbia forma, che forse nelle loro teste rappresentava un castello. Uno dei due menava fendenti alla statua con una spada di plastica, col manico dorato contro il quale si rifletteva il sole. Rimasi a guardare finchè la lama di plastica non annientò del tutto il castello. Di quello rimase solo uno scomposto grumo di sabbia bagnata sparsa lungo tutta la battigia.
 Salii su uno scoglio piatto e la brezza mi accarezzò i fianchi ricoprendomi di brividi.
Finalmente, pensai. Era così strano avere tutto quello spazio. Tutta quella libertà di movimento.
C’era un uomo sulla riva, che cercava di far volare un aquilone a forma di falco. Il vento non doveva essere abbastanza forte, perché si sollevava di appena una manciata di metri sopra la sua testa, per qualche secondo, e poi ripiombava giù. C’era anche un bambino che osservava la scena con aria mesta. A un certo punto poi la fortuna sembrò intenerirsi e la brezza si fece più tesa. La sentii fischiarmi nelle orecchie, e contemporaneamente la vidi agire sul grande falco di stoffa, che gradualmente ma velocemente salì di almeno dieci metri. Quasi mi pareva di sentire il bambino che strillava di gioia.
Quel posto era così lontano. Sicuramente mi stavano cercando, ma lì non mi avrebbe mai trovato nessuno. Erano stati così stupidi, mi dissi, andarmene da quel posto non era stato così difficile. Il difficile era stato correre così tanto per arrivare così lontano. A un certo punto avevo pensato che i miei polmoni sarebbero esplosi e il mio cuore si sarebbe fermato se avessi continuato a correre così forte, ma poi avevo anche pensato che era comunque meglio che tornare in quel posto. Poi, da dietro le colline avevo visto emergere la sfera di fuoco del sole e avevo respirato, e, mi ero resa conto che ero viva. Il freddo non mi aveva uccisa, né i miei polmoni avevano deciso di esplodere, né il mio cuore si era fermato. Ed ero andata via da quel posto, quel posto che odiavo.
Odiavo l’odore del ferro e dei muri, odiavo l’odore del cibo.
All’inizio tutta quella puzza non la sopportavo, ma con il passare dei giorni si era infilata nelle mie narici e mi era salita fino al cervello e ci si era annidata e non avendo altra aria con cui fare un confronto presto non riuscivo a farci molto caso.
Ma ora l’aria ce l’avevo. Ed era fresca, e pura, e fragrante, e potevo sentire i pori dei polmoni dilatarsi e riempirsi piacevolmente di brezza e aria marina e odore di pesce. 
Mi avevano chiusa là dentro per così tanto tempo che ora camminare in uno spazio che superava i nove metri quadri mi faceva sentire come un puledro che trottava per i pascoli.
Se non lo si ha mai provato, si sottovaluta molto il rimanere chiusi in una stanza, la stessa stanza, per giorni e giorni. All’inizio sembra tutto tranquillo.
Poi mi ci sono addormentata dentro, e mi ci sono svegliata, per tante notti e tante mattine. Presto lo spazio non è più lo stesso. L’ho potuto vedere coi miei occhi dilatarsi su stesso, attorcigliarsi e prendere le più svariate forme.
Poi ha cominciato a oscillare da destra a sinistra, triplicando gli angoli e sdoppiando i colori.
 Tutti quei ricordi improvvisamente mi diedero rabbia, anche se era una bella giornata. Scesi dallo scoglio e mi misi a nuotare con energia, l’acqua salata che nuotava dentro e fuori dalle mie narici. Le bracciate tagliavano l’acqua come con l’accetta. Sopra di me passò un elicottero, molto basso, tanto che il suo rombo coprì qualsiasi altro rumore e la sua ombra irregolare si proiettò distintamente sulla superficie delle lievi onde.
“Guarda papà!” esclamava una bambina con le trecce additandolo.
Ma quello che però odiavo di più di quel posto erano le persone che mi controllavano.
Dicevano che ero lì perché ero una persona cattiva e malata, ma loro allora, loro che mi avevano picchiata ogni volta che volevo uscire e andarmene e che mi tenevano in gabbia come un animale, cos’erano? La rabbia dentro di me aumentò. Mi sentii traboccare come una caffettiera, e se l’ira avesse avuto una forma liquida in quel momento mi sarebbe uscita spruzzando da ogni poro e avrebbe macchiato il mare come durante un incidente petrolifero.
“Adesso deve cercare di calmarsi”, dicevano, “Le vogliamo fare del bene”, dicevano.
Ma non mi facevano affatto del bene.
Mi mettevano quella maglia bianca e mi facevano tutte quelle punture dolorose e ogni volta che chiedevo di uscire di lì mi dicevano di no, che dovevo prendere le mie medicine, che dovevo restare calma o mi avrebbero messo in isolamento.
Adesso ero davvero furibonda.
Nuotai di nuovo verso la scogliera.
Il ragazzo che si era tuffato insieme a me si lanciava un frisbee con il solito qualcuno che si teneva all’asciutto.
Rideva ed era contento e non mancava mai il disco verde, che sembrava volargli in mano come attirato da un filo che andava e veniva. Mi concentrai sul movimento di quel giocattolo che andava su e giù, su e giù. Su e giù.
“Devi restare qui perché sei pericolosa per gli altri” aveva detto mia sorella venendomi a trovare. Che sporca, schifosa bugiarda.
Ero troppo infuriata anche solo per pensare e avevo un’incredibile voglia di sfogarmi.
In quel momento il filo invisibile tra le dita del ragazzo e il frisbee si spezzò e il pezzo di plastica verde atterrò nell’acqua con un forte rumore di schiaffo. Lo vidi voltarsi per recuperarlo, ma la distanza tra me e lui era inferiore rispetto a quella tra lui e il frisbee.
Il suo viso senza espressione mi si fissò dietro agli occhi.
Allungai un braccio e affondai le dita tra i suoi capelli bagnati che sembravano alghe e con l’altro braccio spinsi la schiena sotto il livello dell’acqua, esattamente come il viso. I primi secondi lo stupore lo paralizzò, ma poi cominciò a dibattersi sotto la stretta e, con mia piacevole sorpresa, a gridare sotto l’acqua, producendo un dolce gorgoglio continuo. Sentivo qualcuno che urlava sopra di noi ma non mi interessava. Il ragazzo diede uno strattone più forte e quasi riuscì a riemergere; lo spinsi più forte con l’ausilio delle ginocchia.
Nel frattempo l’urlo subacqueo si era interrotto.
Continuava a muoversi scompostamente, ma con meno vigore; provava a spostare le mie mani quasi a rallentatore, come qualcuno che si stesse addormentando.
Non ci erano voluti più di trenta secondi.
Sentii le sue membra appesantirsi e fluttuare verso il fondo.
Contemplai la schiena pallida che si inarcava mentre il corpo scendeva e  i boccoli che oscillavano con grazia e le braccia magre che gli si allargavano. Sembrava stesse volando.
Risi.
Le urla si erano spostate verso la spiaggia e tre bagnini di rosso vestiti stavano nuotando in mia direzione.
“Quanta agitazione!” urlai verso di loro “In fondo è anche una bella giornata!”
Sì, era proprio una bellissima giornata.
Sarebbe stato un vero peccato se fosse stata rovinata da un qualche incidente.


Il mistero dell'isola di Wreck di Vladimiro Lecca
Rigirandosi sotto le coperte in un sonno particolarmente agitato, quella notte ventosa Robert Mc Donnell era stato assalito da sogni indecifrabili, pensieri ossessivi, paura e trepidazione per l’impresa che lo attendeva al mattino. Circa un anno prima aveva lasciato definitivamente la sua città per rifugiarsi sull’isoletta di Tavis, nell’arcipelago più lontano, più grigio, più freddo e più piovoso che si potesse immaginare.
Anni addietro era stato per qualche giorno con la moglie sull’isola per una breve vacanza e al ritorno in città aveva percepito una sensazione particolare, come se vi avesse lasciato qualcosa di importante, addirittura di fondamentale per la sua vita.
Così, grazie ai risparmi di cui disponeva e a una discreta rendita, riuscì a comprare dall’Amministrazione Marittima il vecchio faro appollaiato sulla rupe più alta dell’isola e una barca a motore di ventiquattro piedi.
L’isola era lunga circa cinque miglia e larga un miglio e mezzo; il faro, ormai disabitato da vari anni, si trovava sulla punta settentrionale, a un’altezza di circa centocinquanta piedi sul livello del mare. Il villaggio di Norfolk distava circa tre miglia dal faro, sulla costa orientale proprio di fronte a Wreck, più piccola di Tavis e ancora più impervia, ostile e misteriosa.
Di solito Robert andava al villaggio di mercoledì, quando arrivava il battello dal continente; un giorno in cui si trattenne più a lungo nel pub con il vecchio pescatore William volle cercare di capire cosa ci fosse dietro la reticenza degli isolani a parlare dell’isoletta di fronte; da quando viveva a Tavis aveva notato che gli abitanti delle due isole non mantenevano alcun rapporto, nonostante Wreck si trovasse a sole tre miglia a oriente ed era ben visibile da tutta la costa. Ma quel giorno, complici i numerosi boccali di birra scura, il pescatore sembrava più loquace e Robert ne approfittò per osare con maggiore insistenza del solito.
“William” gli disse con tono dolce e quasi implorante, “io non posso più accettare le cose che tutti voi mi dite sull’isola di Wreck; sono sicuro che non è solo la pericolosità del mare a impedire che voi e i vostri dirimpettai abbiate rapporti di buon vicinato; in tutto il mondo i popoli vicini e lontani, anche se separati dal mare, dai fiumi, dai monti o da altri insormontabili ostacoli, hanno sempre seguito un istinto naturale a trovarsi, a conoscersi, ad apprendere cose dagli altri, a scambiarsi beni, a mischiare il loro sangue. No, William, non ci posso credere, ti prego di dirmi la verità perché non riesco più a sopportare questo tarlo dentro di me”.
Di fronte a tanta accorata insistenza, William ordinò due nuove pinte di birra, ne assaporò la schiuma amarognola, respirò a fondo e si accinse a parlare dell’argomento con sincerità e con espressione seria.
“Da tempo immemorabile abita a Wreck una donna, anzi non è una donna come tutte quelle che noi conosciamo, ma ha poteri magici”.
“Poteri magici?”, interloquì brevemente Robert ben sapendo, da persona profondamente razionale, che nessun essere umano può disporre di poteri di tal fatta.
“Sì, poteri magici, e ti spiego in cosa consistono”, proseguì il vecchio pescatore con la sua calma serafica e con fortissima convinzione. “Questa donna ha una forza magnetica che le consente di comandare le correnti nello stretto, attirando qualunque imbarcazione verso il fondo. Si dice che ogni tanto scompaia e si rifugi in fondo al mare, anche per diversi giorni, e alimenta le correnti profonde che poi risalgono verso la superficie trasformandosi in vortici assassini”.
William non aveva molte altre notizie sulla donna; varie fonti le attribuivano i nomi più disparati, ma non vi era nessuna certezza del suo vero nome; si diceva che vivesse in una casetta isolata, sulla collina ma non lontana dal mare, sulla costa occidentale dell’isola. Pare che allevasse capre da lana pregiata e che ogni settimana si recasse al villaggio, sempre all’alba, per vendere latte, formaggio e, a giugno, la pregiatissima lana; poi comprava pane, sale, un po’ di pesce secco, patate, olio per la lampada e poco altro, e tornava a casa prima che il sole si alzasse del tutto. In quelle rare apparizioni non parlava con nessuno. Mentre gli uomini la rispettavano e la temevano, le poche donne dell’isola nutrivano, oltre alla paura, anche una malcelata gelosia perché temevano che questa figura femminile così misteriosa e fuori dalla normalità avrebbe potuto affascinare ed irretire i loro uomini e portarli alla perdizione.
Ma in realtà nessuno degli uomini, neanche il più sbruffone reso loquace da varie pinte di birra, aveva mai potuto vantare chissà quali avventure con quella donna: lei era semplicemente inafferrabile per i comuni mortali e, anche se a qualcuno era venuto un certo desiderio alimentato dal mistero, lo aveva dovuto ben presto accantonare a scanso di conseguenze imprevedibili.
“Quella fotte con il diavolo”, concludevano sempre i pescatori le poche volte che qualcuno si azzardava a nominarla, sempre con appellativi oscillanti fra il timoroso, il rispettoso e l’ingiurioso come “quella”, “la signora”, “la maga”, “la strega”, “la diavolessa”, ”la puttana” e tutto ciò che la fervida fantasia poteva suggerire.
   Ormai il bisogno di andare in fondo a quella storia era diventato così impellente fino al punto che Robert non riusciva più a opporvisi, come quel canto delle sirene che da Ulisse in poi aveva ammaliato molti navigatori. Più ci pensava e più si convinceva che quella storia in qualche modo lo riguardasse: forse in una sua vita precedente alla quale comunque non credeva?
Con un po’ di fortuna, con l’aiuto del dio dei venti e delle tempeste, sotto la protezione di Sant’Andrea, fratello di Pietro e Santo protettore dei pescatori, riuscì a superare brillantemente la prima parte dell’avventura. Il vecchio legno “Barbara” era riuscito a portarlo senza danni nella parte orientale dello stretto e poi, risalendo prudentemente sotto la costa di Wreck, si era ancorato in una piccola insenatura al riparo dal famigerato vento del nord che solitamente si alzava dopo mezzogiorno.
Così Robert proseguì la navigazione sotto costa; il suo pellegrinaggio di cala in cala durava ormai da cinque giorni senza successo; aveva dovuto affrontare situazioni delicate e impegnative riuscendo a superarle o rifugiandosi in luoghi più protetti quando coglieva pericolosi annunci di burrasca. Il suo vacillare dopo quei giorni di insuccessi stava progressivamente evolvendo verso un profondo scoramento, fino a concludere che la storia fosse totalmente inventata e tornando a pensare che niente poteva esserci al di fuori della dimostrabile realtà.
Il pomeriggio del sesto giorno aveva deciso di arrendersi, abbandonare l’impresa e tornare a Tavis e così virò la prua verso sud-ovest per compiere il percorso inverso. Ormai anche il cibo, l’acqua e la nafta iniziavano a scarseggiare e non poteva rischiare oltre; anche la forza interiore che lo aveva spinto dal profondo fin dai mesi precedenti e che lo aveva sorretto nella navigazione ora si stava affievolendo e una profonda amarezza lo colse, tracciandogli come due solchi profondi sulle guance indurite dal freddo e dalla salsedine. Qualche lacrima gli rigava il volto ammorbidendo e addolcendo la sua pelle e scaricandogli anche parte della tensione.
Ma il giorno della partenza per il triste viaggio di ritorno sembrava che tutti i suoi protettori si fossero dimenticati di quel guscio di legno e del suo timoniere; infatti verso il tramonto il cielo si riempì di nuvole scure e gonfie, il vento di nord si era alzato minacciosamente e qualche rombo di tuono in lontananza preannunciava molta elettricità. Robert ritenne saggiamente opportuno rifugiarsi in una cala stretta e profonda in cui si era già fermato nel viaggio di andata. In quel punto una ferita profonda tagliava in due la falesia, aprendo un varco dalla collina fino alla scogliera. Aveva perfino sperato che quella spaccatura potesse essere la strada attraverso la quale un essere umano potesse scendere fino alla scogliera, ma già pochi giorni prima vi aveva sostato a lungo logorandosi nella tensione dell’attesa, senza risultati.
Conosceva già quella cala e non gli fu difficile entrarvi e ormeggiare la barca. Intanto le increspature del mare erano diventate onde di intensità crescente che si alzavano in prossimità della scogliera, decoravano la loro cresta di bianca spuma, si rovesciavano e colpivano violentemente gli scogli con un fragore che induceva timore e allo stesso tempo gli rapiva lo sguardo e l’udito. Anche i gabbiani quella sera di tempesta avevano deciso di starsene al riparo e i fulmini iniziavano a creare nell’aria sinistri disegni elettrici. Tuttavia un’ombra, visibile al tramonto nonostante il cielo cupo, era improvvisamente apparsa e si muoveva avanzando pericolosamente fin sull’orlo della scogliera, oltre il quale c’era solo il mare profondo.
Robert si sporse fuori dalla barca, raccolse un po’ di acqua gelida e se la passò sul viso per rinfrescare la mente, aprire meglio gli occhi e vedere più nitidamente le rocce. La figura si doveva trovare a non più di cinquanta piedi ma le onde, rifrangendosi sulle rocce appuntite, sollevavano nell’aria un pulviscolo di goccioline che creava una sorta di schermo opaco. In quel momento il cielo grigio, tenuamente illuminato dalla debole luce del sole ormai prossimo al definitivo tramonto, assunse un colore verde penicillina che dava alla scena un aspetto sinistro. Un raggio verde proiettò per un attimo una luce più forte e Robert poté intravedere meglio una indefinibile forma scura che tendeva a confondersi con il cielo che si era fatto altrettanto scuro. Un fulmine illuminò a sua volta lo scenario per alcuni interminabili secondi e un tuono di potenza e durata nettamente superiore agli altri esplose pochi attimi dopo; altre scariche elettriche e tuoni di minore intensità seguirono a brevi intervalli ripetendo la scena che si era appena aperta.
A quel punto non poteva più nutrire dubbi: sull’estrema punta della scogliera, pericolosamente a contatto con le onde infrante ma pur sempre dotate di una forza straordinaria, si stagliava una figura umana, perfettamente eretta, come a sfidare con disprezzo la forza del mare. Passata la sorpresa e l’incredulità del momento aguzzò ancora di più la vista e vi impresse con chiarezza il profilo di un corpo femminile, avvolto in una mantella di colore scuro lunga fino ai piedi e con il capo coperto da un cappello a tese ugualmente di colore scuro.
La donna mostrava il fianco rispetto al punto di osservazione di Robert il quale non poteva vederne il viso girato dall’altro lato; sembrava noncurante delle onde, del vento e della pioggia e riusciva a mantenere saldamente la sua posizione eretta, come se avesse profonde radici nella roccia. La sua immagine era fiera, austera, quasi regale, di persona che poteva affrontare qualunque pericolo senza paura di soccombere, e perciò gli incuteva un senso di incredulità misto a felicità, suggestione e paura.
Robert era rapito e quasi paralizzato da quanto stava vedendo a poca distanza da lui; non riusciva quasi a muoversi e d’altronde sarebbe stato impossibile per un comune mortale salire sulla scogliera senza essere catturato da quelle onde così impetuose che non cessavano di infrangersi sulle rocce.
All’ennesima saetta di grande potenza luminosa, la donna girò il viso verso Robert - mantenendo la stessa posizione del corpo e lasciò intravedere una lunga chioma bionda che usciva dalla mantella e due occhi di un azzurro particolarmente intenso che riportarono Robert ai ricordi della sua infanzia. La forma del viso era di un ovale perfetto, lo sguardo penetrante e allo stesso tempo di una dolcezza unica.
La tensione in Robert aveva ormai raggiunto livelli insopportabili e dal fondo delle sue viscere proruppe un grido disperato e liberatorio: “Jennifer!!!” che ripetè più volte ormai in preda ai singhiozzi e con lo sguardo annebbiato dalle lacrime.
Era Jennifer, la sua compagna di scuola delle elementari, l’angelo meraviglioso con cui a soli sei anni aveva fatto un giuramento di amore eterno con in mano un mazzettino di fiorellini di campo. L’aveva persa di vista alla fine delle scuole elementari, l’aveva pensata e sognata per lungo tempo e poi ne aveva a malincuore relegato la figura in un angolo della sua memoria, ma senza mai cancellarla. Ora era lì, la signora, la strega, la maga, la perfida assassina di marinai innocenti, che sfidava il mare e la tempesta e gli aveva rivolto lo sguardo con un impercettibile ed enigmatico movimento del labbro che poteva essere interpretato come un accenno di sorriso misto a rimprovero. Era tutto vero? Era un sogno? O era solo un’allucinazione causata dalla stanchezza e dalla tensione?
Robert era come paralizzato dall’emozione, cercò di muoversi, avrebbe voluto anche lui sfidare le forze della natura deciso a correre qualunque rischio, ma un fulmine ancora più potente di tutti gli altri produsse un arco di luce accecante che pochi secondi dopo si esaurì seguito da un boato assordante e lasciando sulla scogliera un angosciante vuoto.